apr 052015
 

Paolo e Francesca

Francesca era una povera ragazza che viveva facendo servigi. Abitava nel cortile della Madonna delle Grazie. Suo padre e sua madre si adattavano al primo lavoro che capitava: una volta a raccogliere carrube, una volta a raccogliere olive, una volta a vendemmiare; insomma il lavoro non mancava loro mai: se lo sapevano scovare, e benché fossero poveri, di fronte alla società non sfiguravano mai. La verità è che tutti li cercavano perché con niente se li toglievano di dosso.

Pazienza, la figlia era un pò grulla, però non pensate che fosse stupida; sempliciotta sì, questo dobbiamo ammetterlo; ma tuttavia, con i servigi che faceva, qualcosina a casa portava.

Paolo invece, passava il tempo lavorando in campagna: una volta in un posto, una volta in un altro posto, fatto sta che, per coscienza, in paese non si vedeva mai.

Come giovane, in fin dei conti, non è che gli si potevano imputare pecche; la gioventù l’aveva. Magro sì… ma…un pochino. Certo, non era perfetto di mente, però le persone non ci facevano caso: quando lo richiedevano stavano sempre a controllarlo.

Abitava verso Castelverde.

Di mattina, per tempo, ascoltava la messa dell’alba, si prendeva la capretta, si metteva sulle spalle la bisaccia e partiva: per tornare se ne parlava la sera, quando si sarebbe fatto buio.

Lo richiedevano per diserbare, per zappettare, insomma, in qualsiasi modo lavorasse, il pane per la giornata se lo andava racimolando.

I vicini di casa di Francesca avevano la fregola. Pare che nelle loro case non ci fosse mai lavoro, perciò si riunivano a crocchio all’angolo della strada, ovvero sedevano su qualche ballatoio, e poi beato chi capitava loro sotto.

Una volta dove prudette loro il pidocchio? ad ogni costo dovevano accasare quella povera creatura di Francesca. Non avevano altri argomenti? No; là dovevano sbozzare le corna; e poi, quando le donne si ficcano una pulce nel cervello…! Dio ce ne liberi, Signore…! Chi gliela smarra la testa?: “E quando muoiono il padre e la madre questa ragazza rimane sola in mezzo la strada; e quando cade malata chi le bada?”; e quando questo, e quando quello, il pretesto doveva esserci sempre per trovare lana da cardare.

— Zia Mena, voi cosa dite, che ne pensate?

— Comare Vastianedda, ragione avete, se passano giorni è un peccato.

Così, si accordarono di pensare a un giovane. Erano tutte in frenesia. La signora Marianna: era d’accordo che ci si doveva pensare ora, mentre la ragazza ancora se la sentiva.

Una volta, mentre facevano questi pettegolezzi, giusto appunto passò da lì Paolo Bascuglia. Meraviglia! lui che di solito non si vedeva mai! pare che il diavolo s’era ficcato opportunamente in mezzo alle cipolle.

— Paolo, chi ti porta da queste parti? non dovresti essere a Campanino? —, gli chiese la zia Mena per dargli a parlare.

— Devo andarci di pomeriggio, oggi —, rispose quello voltandosi mentre seguitava a camminare.

La signora Marianna, parlottando sotto voce con le comari osservò:

— Viiii…!, in verità, non sarebbe adatto costui per Francesca? la giornata se la guadagna, ; di mattina le mungerebbe la capretta…, e alla fin fine Francesca la casetta ce l’ha.

— Viiis’è per questo, anch’egli ha un tugurio, e credo possieda altresì un tantino di terra. — Adatto è, comare! —, rispose Vastianedda, — vediamo cosa possiamo concludere —.

La faccenda andò avanti fino a quando si concluse davvero.

Ognuno si premurò per regalar loro una tovaglia, un paio di straccetti e altre cosette che sempre riescono a racimolare le donne nelle case, e una le regalò una coperta tessuta di recente.

Il matrimonio lo celebrarono alla Madonna delle Grazie, e per il ricevimento presero un po’ di noci schiacciate, un po’ di caria, quattro dolci caserecci e una bottiglia di rosolio.

Dopo, i due andarono ad abitare nella casa di lui.

Vissero tranquilli; lavoravano e mangiavano. Del resto, cosa poteva loro capitare? Sempre le stesse cose; la mattina, per tempo, assistevano alla messa dell’alba, e poi se ne andavano a lavorare ognuno per conto proprio.

Una volta Paolo aveva guadagnato qualcosina in più del solito, e volle passarsi il capriccio di comprare un quarto di rotolo di pesce. Se lo mise sotto la giacca per non lasciar capire quello che portava, e partì a casa tutto contento. Strada facendo si voltava di qua e di là perché non voleva far sapere quello che portava, e nel suo cuore pregustava già il sapore di quel pesce: non ricordava se durante la sua vita lo avesse mangiato qualche volta.

Arrivò a casa tutto giulivo, allargò il giaccone e fece vedere a Francesca quello che aveva comprato.

Cosa volete?, a quella ragazza per un verso parevano peccato quei quattro centesimi che aveva speso Paolo, per altro verso quel pesce le faceva gola. Perciò si mise a ridere tutta contenta.

Andiamo al seguito.

Dopo che Paolo posò il pesce sul tavolo, Francesca si ricordò che padella non ne avevano, e che non ne aveva cotto mai. Perciò ebbero tre ore di discussione. Non sapevano come fare, non sapevano quello che dovevano combinare. Restarono imbalsamati come due stupidi, senza saper prendere nessuna decisione. Dalla mattina alle salveregine, fino al piccolo mezzogiorno, seduti come due mammalucchi, guardandosi entrambi in faccia, con le bocche chiuse, e pareva che meditassero sulla morte di Tarallo. Finalmente, il sapientone di Paolo sbottò:

— Francesca, perché non te la fai prestare dalla vicina la padella? può darsi che in questo momento non le bisogni…!

— Davvero…! —, rispose Francesca, — non ci avevo pensato…, però… mi vergogno…! —

— Non temere, stupidona…!- riprese Paolo, – sciocca, non ci fa niente, quella è buona; puoi rivolgerti anche alla zia Mena, la comare della coscia; mi pare che con lei siete state sempre una cosa sola, perciò la negativa non te la farà —.

Finalmente, tante gliene disse, che quella si fece convinta e andò a chiedergliela.

Per davvero, dopo poco tempo, Francesca ritornò con la padella sotto il grembiule.

Ma sembra che sul quel pesce avessero buttato il malocchio: per la padella avevano rimediato, ma mancava loro l’olio; non erano poveretti? Le altre pene…! Fu davvero una iattura questo pesce in questa giornata? Però il rimedio per questo si poteva escogitare: per forza dovevano friggerlo con l’olio? Pazienza… il sapore non sarebbe venuto preciso, ma sempre pesce era. Perciò non si scoraggiarono. Paolo accese il fuoco sotto il fornello, ma così gagliardo che pare dovesse arrostire un becco, Francesca diede una lavata a quelle cose e iniziarono a friggere. Andiamo che dopo breve tempo, con quelle fiammate che arrivavano fino al tetto, in quella casa cominciò a salire fumo… Poco a poco si bruciò il pesce con tutta la padella.

Eterno diavolone…! Come dovevano combinare?

Per il pesce, e magari…, ma la padella era della vicina e gliela dovevano riportare. E non c’era nulla da fare. Le s’era appigliata tutta, anche nel fondo.

Sedettero uno in uno e l’altra all’angolo opposto della stanza; si guardavano in faccia e non sapevano quello che dovevano fare. Intanto il tempo passava; dal piccolo mezzogiorno s’era fatta compieta e ancora quei due erano lì accovacciati senza aver concluso nulla.

Alla fine, Paolo non ne poté più e, contento di una soluzione che aveva trovato, chiamò Francesca e le disse:

— Francesca, vediamo se ti piace; la facciamo una cosa? ci corichiamo e il primo di noi che spiccica una parola, andrà a portarle la padella.

A Francesca, che si credeva una donna di stomaco, la soluzione piacque; in breve si svestì e andò a coricarsi.

Paolo non perdette tempo anch’esso: mise il puntello alla porta, fermò lo sportello col paletto e si allettò.

Quando aggiornò, coricati erano, e coricati rimasero.. Il giorno successivo, la stesa cosa..

I vicini, che tutte le mattine li sentivano partire a lavorare, e ora non avvertivano nessun parlottio, cominciarono a confabulare.

Una diceva: — Avete visto Francesca, comare? —

— Viii…! sono due giorni che non vedo né lei né Paolo. Quando mai loro…!

Passò ancora un po’ di tempo, e un’altra volta la stessa osservazione.

Finalmente, per abbreviarla, fatto sta che poco a poco la voce si diffuse per tutta la strada, e tutti si sorprendevano. Alcuni, conoscendo i due, facevano loro canzonature e a una delle donne, che abitavano nei pressi, le venne un sospetto:

— E se fosse sopravvenuto loro qualche malanno e noi ce la prendiamo a ridere? non è meglio che bussiamo?

E davvero, così fecero, ma lì non rispondeva nessuno.

A quel punto cessarono le risate e si cominciarono a temere cose brutte.

Bussarono un’altra volta: niente…!

Dopo tante volte, si allarmarono e ricorsero ai carabinieri.

Cominciarono a formarsi gruppetti di persone tutte curiose di sapere quello che sarebbe potuto succedere.

Quando videro arrivare il maresciallo con l’appuntato, tutti si fecero da parte e presero a parlottare.

Bussarono anche loro, ma nessuno rispondeva. Forzarono la porta, entrarono e videro quelli distesi ben dritti sul letto, i quali non davano risposta. Allora il maresciallo mandò a chiamare il medico.

Le persone fuori si guardavano sospettosi perché capirono che le cose andavano al peggio.

Il medico era fermo accanto la spezieria che conversava, e quando seppe il fatto, subito andò.

Anch’egli li chiamò diverse volte, ma quelli, nemmeno per sogno: muti erano e muti rimasero: pare che San Sebastiano aveva tolto loro la favella.

Le persone fuori si guardavano in faccia e sospettavano che quelli potevano essere morti per le esalazioni del carbon forte.

Il medico tolse una calza a Paolo e gli punse il tallone con un ago, e costui sempre immobile. Poi passò dall’altro lato e ripeté la stessa operazione su Francesca.

Costei, appena avvertì il pungiglione, non resistette più e prorruppe — ajài! —, e ritirò la gamba di scatto.

Paolo, che era rimasto muto fino a quel momento, contento perché era riuscito nel suo intento, le rispose:

— Parlasti puttana?: vai a portarle la padella!

Ne voleste voi? Che successe? Chi poté chiudere le bocche alla gente?

Cominciarono a ridere; si divisero per la premura di andare a raccontare agli altri il fatto della padella.

In quel paese ebbero il divertimento. Per diversi anni hanno avuto sempre di che sparlare.

E ancora in questi tempi non è che lo hanno dimenticato; ogni tanto si sente raccontare, però come una facezia, come se l’evento non fosse mai successo; invece è vero e quelli che erano presenti erano tanti e qualcuno di loro ancora vive.

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